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L'Arco, arma da codardo?!?

ARMA DA CODARDO...

L’ho sentito dire più di una volta da guerrieri che usano la spada, quando parlano di archi.

Naturalmente, in modo scherzoso.
Non credo che qualcuno lo abbia mai detto a cuor leggero ad un guerriero Unno, o Mongolo, o del regno di Quin, o ad un cavalleggero Scita o ad un fante Bizantino o ad un guerriero Ottomano
Sono moltissimi nel corso della storia gli eserciti che hanno fatto grande affidamento sugli arcieri.
Invece lo pensavano certamente, e lo hanno detto senz’altro più di una volta, i cavalieri francesi durante le prime fasi della guerra dei Cento Anni, che ha segnato il massimo sviluppo tattico dell’arcieria militare in Europa (Poitiers, Crecy, Azincourt).
Scocciava loro moltissimo che un cavaliere, di provata nobiltà ed equipaggiato con qualcosa come 500.000 euro tra cavallo, armatura e armi, potesse essere neutralizzato da un contadino o boscaiolo straccione, con addosso panni frutto di rapina e qualche sommaria protezione, con un arco e forse una spada o un’ascia o un coltellaccio, soltanto perché questo tizio sapeva tirare una freccia.
Gli arcieri prigionieri infatti erano spesso torturati e uccisi (nessuno avrebbe pagato un riscatto per loro, come accadeva per i nobili) e comunque gli venivano amputati l’indice e il medio della mano della corda, perché non potessero più usare l’arco.
La riscossa francese avvenne quando, nella seconda fase del conflitto, anche loro cominciarono ad usare gli arcieri.
Ma avevano i balestrieri, prima, anche loro tiratori, perciò la loro accusa di vigliaccheria valeva soltanto per i nemici…

In realtà non ha senso parlare di vigliacchi e di coraggiosi, ma soltanto di guerrieri che utilizzano armi dalle potenzialità diverse per assicurarsi la vittoria.

Non abbiamo descrizioni di prima mano sull’esperienza di battaglia degli arcieri (non molti guerrieri sapevano scrivere, del resto) e più si torna indietro nel tempo più le tattiche e le tecniche di combattimento si fanno nebulose e incomprensibili.
Nel caso dei celti poi, come sappiamo, possiamo soltanto fare ipotesi, poiché i ritrovamenti archeologici, pure rarissimi, ci possono dire come un arco e una freccia erano costruiti ma non dove e come erano utilizzati.

A quale distanza tra i due eserciti i tiratori erano chiamati in causa? Sicuramente una distanza a cui la freccia tirata può far male, perché altrimenti viene sprecata. Le frecce costano, e soprattutto finiscono…
A meno di non tirare in tanti e contro avversari raggruppati strettamente (la tattica d’urto degli arcieri inglesi medievali), oltre i cento – centoventi metri è difficile anche vedere bene il guerriero nemico, figuriamoci colpirlo.
Cento metri sono davvero tanti, ve lo assicuro. Se il cavaliere non ci usa la gentilezza di stare fermo, anche la freccia più veloce può essere schivata perché, contrariamente ad un proiettile moderno, la si vede volare. Va anche tirata a parabola, altrimenti non ci arriva. E poi inizia a perdere velocità appena uscita dall’arco…
Perché abbia potere lesivo dovrà allora essere pesante, ma questo limita la distanza alla quale una freccia può essere lanciata…
Le variabili in gioco sono tante, come vedete, e non è possibile ottimizzare un aspetto dell’arma senza peggiorarne un altro.

Un po’ come le automobili, o ci stanno tante cose dentro o sono piccole e maneggevoli.
Perciò si tira a distanza più per disturbare che contro un bersaglio preciso.
Quando gli avversari attaccano vengono più vicino, e allora la faccenda è meno complicata, si possono cercare i buchi nel muro degli scudi, si può mirare a quello col cimiero più sgargiante, di sicuro un ufficiale, si può tirare ai cavalli per fermarli o per innervosirli e scomporre l’impeto della carica.
Ma mirare è un conto, colpire è un altro.


C'è sempre la possibilità di tirare un’altra freccia, ma quante frecce posso tirare nel tempo che un cavaliere o un fante in corsa chiude la distanza e mi arriva addosso?

Si combatte per la vita e si è un arciere allenato ed esperto. Non ci si innervosisce per un tiro mancato, si compiono i gesti giusti e si possiede tutta la forza necessaria per tendere un arco potente (parliamo di 25/45 kg di sforzo in media) senza sbagliare il gesto nemmeno di un mm, perché alla distanza lunga questo errore risulta di almeno mezzo metro.
Rispettare tutte queste condizioni significa tirare, in un minuto, una dozzina di frecce. Finito il minuto, un guerriero armato pesantemente o peggio un cavallo al galoppo ci arriva addosso, e la speranza di difesa è minima.

Ma in un minuto un uomo armato e allenato percorre più di cento metri. Un cavallo è ancora più veloce. Le frecce tirate non sono dodici, sono di meno.
Non faccio ipotesi, bisognerebbe mettersi a fare archeologia sperimentale scientifica (cioè esperimenti ben pianificati, ripetuti in varie condizioni, coinvolgendo un sacco di persone) per avere dati tecnici utilizzabili.

Posso però spostare la vostra attenzione sull’aspetto psicologico della faccenda analizzando una situazione che tutti noi tiratori abbiamo sperimentato: la gara amichevole di tiro.
Io e Coviros, ad ogni raduno, ci sfidiamo più volte dai venti metri su un bersaglio standard da competizione moderno (non essendo molti i nemici disponibili simpaticamente a fare da bersaglio) con minitornei da tre o da cinque frecce a testa, senza limiti di tempo per tirare. Poi contiamo i punti.
In palio una birra fresca.

Druido

La posta in gioco non è la vita o la vittoria, ma una birra da pagare e qualche parola scherzosa sull’abilità o le distrazioni incontrate o le condizioni psicofisiche della sera precedente.
Nulla di impegnativo, nulla di pericoloso.
Eppure ad entrambi succede di peggiorare la qualità media del tiro, a volte di fare errori clamorosi.
Una volta che lasci andare la corda, tutto succede in modo ineluttabile, il tuo errore diventa subito evidente ma non si può più correggere nulla, la freccia vola alta, o bassa, o a destra, o a sinistra…

Questo perché non riusciamo a fare a meno di pensare alle conseguenze di un errore.

Eppure due o tre volte nella vita ci è successo di sapere con una certezza assoluta che quella freccia che stiamo per tirare volerà dritta verso il centro, che la posizione è salda e sicura, che la mano dell’arco e quella della corda sono ferme, che i muscoli lavorano in armonia perfetta. Tutto prima ancora di tirare, con una chiarezza cristallina.
A tutti quelli che tirano questa cosa è successa o succederà. Per questo il tiro con l’arco è amato da chi pratica lo zen, perché questa consapevolezza limpida assomiglia molto (o forse lo è) all’esperienza dell’illuminazione.

Perché riesca il tiro bisogna svuotare la mente cosciente, agire con una naturalezza assoluta,
avere insomma un cuore puro e tanto sangue freddo.

Ma se basta una birra da pagare per distrarci,
quale deve essere stato l’effetto di una battaglia sulle condizioni psicofisiche di un arciere?

Se capita a noi che un bersaglio fermo e relativamente vicino sembra rimpicciolire e muoversi,
che cosa succedeva nell’animo di un arciere che guardava arrivare la carica nemica?

Che uomo era, per riuscire a colpire e non soltanto a tirare?

Come faceva a gestire la paura, per svuotare la mente e tirare bene,
sapendo che una volta tirate le sue frecce era praticamente disarmato,
sapendo che, se non li avesse fermati,
il suo destino non era quello di un prigioniero pregiato da riscattare ma di uno da uccidere?

Non credo sia giusto parlare di codardi…
Alla prossima volta.

Torco, arcaio e arciere dei Suliis as Torc



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